Difficoltà nello sviluppo del linguaggio: guida pratica per i genitori

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Insieme alla dottoressa Tina Santarpia, logopedista, abbiamo approfondito il tema relativo allo sviluppo del linguaggio seguendo le varie tappe da 0 a 5 anni. In questo modo, abbiamo un quadro completo che permette a noi genitori di capire quando c’è da preoccuparsi e quindi, quando diventa necessario rivolgersi ad uno specialista.

Il linguaggio del pianto

Normalmente, i bambini imparano a parlare rapidamente e senza sforzo, grazie al semplice ascolto del linguaggio adulto. L’acquisizione del linguaggio avviene in maniera graduale; comincia dal pianto, poi passa alla lallazione, prosegue con le prime parole, fino ad arrivare ai modelli più complessi del linguaggio degli adulti.

Infatti, una delle prime cose che impara una neomamma è distinguere i segnali del pianto, proprio perché inizialmente la comunicazione mamma – figlio o, in generale, adulto – neonato avviene attraverso il pianto, i gesti e le vocalizzazioni tipiche del periodo prelinguistico.

Tuttavia, a questo proposito, è opportuno specificare che nei primi mesi di vita il neonato non ha consapevolezza di questa interazione, ma è solo una questione di tempo necessario a renderli consapevoli che i loro comportamenti vocali e gestuali possono essere usati per regolare il comportamento degli altri ed ottenere qualcosa.

L’importanza del gesto e la stretta correlazione con il linguaggio

Ph: Canva

I primi gesti del bambino sono definiti performativi o deittici (9-10 mesi): indicare, mostrare, dare ed effettuare richieste ritualizzate, vengono usati per riferirsi ad un oggetto/evento esterno, che si ricava esclusivamente osservando il contesto.

Verso gli 11-12 mesi emergono gesti referenziali o rappresentativi (iconici, convenzionali), questi, invece, hanno un referente specifico, ovvero il loro significato non varia in base al contesto (ad es. aprire e chiudere la mano per fare “ciao”, scuotere la testa per il “no”).

A circa un anno di età esiste nei bambini una sorta di equipotenzialità tra la modalità vocale e quella gestuale: tutti usano diversi tipi di gesti, sia deittici che rappresentativi, e spesso li combinano con le parole.

Dai 12 ai 16 mesi il bambino acquisisce le prime parole, ma il suo repertorio resta piuttosto ristretto.

Dai 16 ai 24 mesi il bambino dovrebbe avere un vocabolario di almeno 100 parole che dovrebbe essere in grado di combinare in frasi; ha così inizio l’acquisizione della grammatica.

Con la comparsa delle parole, le vocalizzazioni divengono verbalizzazioni e la comunicazione da pre-simbolica diventa simbolica: nasce il linguaggio.

Quando preoccuparsi e richiedere una valutazione di uno specialista?

I segnali di rischio o indici predittivi per un ritardo/disturbo di linguaggio sono davvero svariati, al punto da rendere difficile un’elencazione generale ed esaustiva.

Tuttavia, ci sono dei comportamenti abbastanza comuni che, a partire dai primi mesi e fino ai 5/6 anni di vita del bambino, potrebbero rappresentare un campanello d’allarme per i genitori e sono:

  • Il contatto visivo poco presente, ovvero il bambino non vi guarda, o meglio, evita il contatto visivo;
  • Assenza di lallazione (5-10 mesi);
  • Assenza di risposta da parte del bambino quando viene chiamato: non si volta; non produce nessuna parola né utilizza gesti;
  • Se non comprende richieste semplici e contestuali;
  • Se, intorno ai 24 mesi, ha un vocabolario inferiore alle 20 parole; non è in grado di associare due parole o ancora le parole prodotte risultano incomprensibili;
  • Se il bambino (20-24 mesi) evidenzia forte scialorrea, difficoltà a contenere e/o gestire la salivazione; una masticazione lenta ed inefficace associata ad una produzione verbale ridotta e dislalica, ovvero suoni articolati in maniera scorretta;
  • Se non è presente il gioco simbolico, il gioco del “far finta”;
  • Se oltre i 36 mesi il linguaggio risulta ancora incomprensibile;
  • Se non c’è attenzione condivisa, selettiva e sostenuta nel tempo.

Se variamente combinate sono presenti più di una di queste condizioni è bene rivolgersi ad uno specialista per una valutazione del linguaggio.

Cosa non devono fare i genitori se il loro bambino ha difficoltà nel linguaggio

In presenza di una difficoltà nello sviluppo del linguaggio, ma potremmo estendere questo discorso a qualsiasi tipo di difficoltà che vive un bambino, il comportamento da assumere consiste nel non sottolineare condizione, in quanto si va solo ad aumentare il senso di frustrazione e disagio.

Cosa NON DIRE ad un bambino che non parla bene, qualsiasi sia la sua età

I genitori di un bambino con difficoltà nel linguaggio non devono mai chiedergli di ripetere le parole. Dunque, sono assolutamente da evitare espressioni come:

  • “Ripeti”;
  • “Dillo bene”;
  • “Non si capisce quello che dici”.

Inoltre, i genitori devono vegliare anche sugli altri adulti che frequenta il bambino, invitandoli ad assumere il loro stesso comportamento. Questo aiuterà il bambino a non sentirsi frustrato e favorirà il recupero.

Cosa DIRE ad un bambino che non parla bene: ecco le strategie da usare

I genitori possono incoraggiare la correzione delle parole, senza però sottolineare l’errore, basta solo ingegnarsi un po’:

  • “Ero distratto/a, scusa non ascoltavo, cosa dicevi”
  • Pronunciamo la parola lentamente e in maniera corretta (affinché il bambino ne comprenda i suoni) incoraggiandolo.
  • Creiamo contesti di gioco in cui poniamo il bambino nella scelta tra due parole e all’interno del gioco riproponiamo la parola più volte.

Come parlare al bambino

Ph: Canva

Nell’approcciarci con un bambino è quasi naturale assumere una cadenza quasi musicale e armoniosa, come se inconsciamente sapessimo che quello è il modo migliore per comunicare con loro. In effetti, ci sono degli accorgimenti che dovremmo assumere nel nostro linguaggio quando ci rivolgiamo ai bambini e sono:

  • Esprimersi lentamente;
  • Variare intensità e intonazione;
  • Usare lessico non troppo complesso;
  • Porsi faccia a faccia, al livello del bambino;
  • Usare frasi non troppo lunghe (regola del +1: se il bambino usa frasi di una sola parola interloquire con frasi di massimo due o tre parole intervallate da pause al fine di facilitarne la comprensione);
  • Non avere fretta;
  • Riformulare ed espandere (Se il bambino dice una parola gliela riproponiamo corretta, in più contesti Es: “mimma”= “la bimba”, “sì, è la bimba”, “è brava la bimba?”).

In generale e, in particolar modo in presenza di difficoltà nel linguaggio, il racconto di brevi storie illustrate, denominando le figure ed esplicitando gli avvenimenti in uno scambio dialogico con il bambino, risulta molto utile; così come il gioco del “far finta” (gioco simbolico) è importantissimo, tuttavia, è necessario utilizzare oggetti concreti eseguendo dapprima semplici azioni (es. mangia, dorme ecc.), per poi ampliare e variare via via le sequenze di gioco (es. preparo la pappa, la mescolo, la metto nel piattino, la do alla bambola e all’orsetto, ecc.).

Inoltre, come abbiamo già sottolineato in un articolo precedente, un’adeguata stimolazione della bocca durante lo svezzamento è di fondamentale importanza per evitare eventuali ritardi e difficoltà nello sviluppo del linguaggio, perché attraverso la masticazione si va a contribuire allo sviluppo della competenza oro facciale che, a sua volta, favorisce la coordinazione motoria necessaria all’articolazione dei suoni del linguaggio. Infine, si consiglia fortemente anche un uso limitato del ciuccio (non oltre i due anni e mezzo).

 

Spero che questo articolo ti sia stato utile. Se hai domande o vuoi condividere la tua esperienza puoi lasciare un commento e la dottoressa ti risponderà il prima possibile. Se, invece, preferisci un approccio privato, nella scheda della dottoressa, esattamente sotto la sua foto, troverai i suoi contatti.

 

 

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Tina Santarpia

Dottore di Ricerca (PhD) in “Patologia e Fisiopatologia molecolare” e Logopedista specializzata in patologie dell’età evolutiva. Dal Gennaio 2013 esercita la professione di logopedista nel Centro Riabilitativo Medico Pompei come consulente ed esercita la libera professione nel suo studio privato. Alla sua professione dedica il suo tempo ed il suo interesse, pertanto, segue regolarmente corsi di aggiornamento, ha conseguito il titolo di tecnico ABA-VB presto l’ Istituto Walden di Roma.

Certa dell’importanza di unire le reciproche competenze nell’interesse del paziente, la dottoressa si interfaccia con numerosi specialisti ed è sempre in contatto con le strutture educative di appartenenza dei piccoli pazienti offrendosi di supporto agli operatori scolastici al fine di uniformare la loro condotta operativa e la sua pratica riabilitativa, effettuando colloqui periodici e valutazioni sul posto, ove necessario. “Ho bisogno di gente seria, intelligente e di cui mi possa fidare. Vado a giocare con i bambini!”

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