Come aiutare i bambini a gestire le emozioni

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“…non esistono emozioni sbagliate, tutti i sentimenti e le emozioni sono accettabili, mentre non tutti i comportamenti lo sono”.

Mia figlia dava i morsi e tirava i capelli quando si sentiva felice o imbarazzata. Fin quando aveva questa reazione con me e il papà andava “bene”, ma quando giocava con qualche bimbo eravamo sempre super vigili per evitare che potesse fargli del male, pur sapendo che non erano quelle le sue intenzioni.

Questo non è bastato ad evitarci qualche occhiataccia ricca di (pre)giudizi e la cosa mi dava particolarmente fastidio soprattutto perché Flavia non aveva questa reazione per prepotenza, ma per un “eccesso di felicità”. Messo da parte il comportamento stupido di qualche adulto, ho cominciato a chiedermi come potevo aiutare mia figlia a capire che quello non era il modo giusto per manifestare la sua gioia, così da trasformare i morsi in baci e le tirate di capelli in carezze?!

Ecco come è nato il mio interesse per la gestione delle emozioni nei bambini e insieme alla dottoressa Tina Santarpia ho potuto approfondire questo argomento in modo da condividerlo con altre mamme che potrebbero trovarsi nella mia stessa situazione.

Buona lettura.

Come esprimono le emozioni i neonati

I neonati sanno molto bene come comunicare le loro emozioni: il pianto o le urla, infatti, sono un tentativo di evitare stimoli spiacevoli o di avvicinarsi a stimoli piacevoli come il cibo, gli abbracci o le attenzioni materne; pertanto, i bambini nei primi sei mesi di vita sono in grado di provare stress e di superarlo adottando comportamenti di autoregolazione, come succhiare.

Tuttavia, molti studi dimostrano che solo dopo i 6 mesi di vita i neonati sono perfettamente in grado di elaborare le informazioni percepite (sia visive che uditive) e, dunque, possono associare ad un avvenimento una data reazione che si manifesta in una serie di cambiamenti fisici e psichici che, a loro volta, influenzano il pensiero ed il comportamento.

Innanzitutto, per un genitore insegnare al proprio figlio come gestire le emozioni deve essere importante alla pari di quanto lo è parlare e camminare, perché si tratta di una fase fondamentale della sua crescita.

I genitori, nello sviluppo della sfera emotiva del bambino e nel modo in cui andrà a comprendere, regolare ed esprimere le proprie emozioni, hanno un ruolo fondamentale. Trascurare questo aspetto significa crescere degli adulti incapaci di esprimere nel modo giusto le proprie emozioni e per questo le reprimono fino a logorarsi o a manifestarle nel peggiore dei modi. Dunque, caro genitore, non trascurare l’educazione emotiva di tuo figlio, lo renderai un adulto capace di vivere a pieno ogni avvenimento della sua vita, perché gli avrai insegnato ad accoglierlo.

 

Gestione delle emozioni dei bambini: il primo passo è accoglierle

I bambini, crescendo, acquisiscono la consapevolezza che i genitori possono aiutarli a regolare le loro emozioni se si è stati bravi a sviluppare un attaccamento sano e, a questo proposito, il primo passo da compiere è aiutarli a riconoscerle e fornirgli un ambiente in cui sentirsi sicuri di esprimerle, ovvero è importante che qualsiasi emozione stia esprimendo il bambino, questa venga accolta.

Il bambino svilupperà un’idea sulle emozioni che prova e su come gestirle in base a come esse vengono gestite e considerate dai genitori nella vita quotidiana.

Siamo noi adulti a fornire loro un modello ed essere i loro “allenatori di emozioni”

( J. Gottman, Intelligenza emotiva per un figlio).

Un genitore deve essere consapevole innanzitutto delle proprie emozioni, positive e negative che siano, e in questo modo sarà in grado di individuarle anche nel proprio bambino, potrà guidarlo e sostenerlo nel modo di esprimerle, senza MAI assumere un atteggiamento critico.

Infatti, dire: “solo le femminucce piangono” oppure “piangere non serve a niente” è assolutamente controproducente, non si fa altro che nutrire la sua frustrazione e piantare il seme dell’insicurezza nel suo cuore, perché “ciò che prova è sbagliato”.

Al contrario, quando “arriva” un’emozione è importante aiutare il bambino a verbalizzare lo stato emotivo che sta sperimentando, senza sottovalutare o negare le emozioni negative, come la rabbia e la tristezza.

Un’osservazione importante e mai abbastanza assimilata è che non esistono emozioni sbagliate, tutti i sentimenti e le emozioni sono accettabili, mentre non tutti i comportamenti lo sono.

In questo caso, possiamo spiegare a nostro figlio che ha ragione a provare quello che prova, ma ci sono modi migliori per esprimere i suoi sentimenti, in questo modo non lo faremo sentire inadeguato.

Gli effetti a lungo termine di un buon training emotivo consistono nel rendere i bambini consapevoli delle loro emozioni e ciò li spingerà a comunicarle agli altri e a riuscire a gestirle meglio. Inoltre, si possono riscontrare anche degli effetti a breve termine di un adeguato training emotivo, ovvero i bambini riescono a calmarsi più in fretta quando si sentono capiti e non giudicati.

Qualche consiglio pratico per i genitori

Alla base di tutto c’è l’empatia, ovvero la capacità di immedesimarsi nei sentimenti e nelle emozioni altrui.

Sul piano pratico, invece, nei primi anni di vita si possono utilizzare dei libri per parlare ai bambini delle emozioni e incoraggiarli a nominare ed identificare ciò che stanno provando; questo li aiuterà a conoscere, comprendere e gestire queste emozioni autonomamente, percependo le stesse come normali e gestibili.

Facciamo un esempio concreto: dopo una giornata impegnativa tornate a casa stanchi e trovate vostro figlio che piange disperato perché non trova la sua macchinina. Penserete: “vabbé non è una tragedia” e distrattamente gli dite: “dai non c’è motivo di piangere la ritroverai” – ovviamente il bimbo piange ancora di più e diventa ancora più insistente. Ciò non accade perché lui è capriccioso, ma perché avete saltato dei passaggi.

Quali sono i passaggi da seguire:

  • Diventare consapevoli dell’emozione del bambino;
  • Ascoltare con empatia e convalidare i sentimenti del bambino;
  • Aiutare il bambino a definire l’emozione che sta provando;
  • Porre dei limiti, mentre si trovano strategie per risolvere il problema.

Cosa non fare:

  • Minimizzare o evitare emozioni negative. Non usare strategie per distrarre il piccolo, spostando il focus di attenzione verso altro;
  • Non utilizzare strategie punitive, generando nel bambino un senso di inadeguatezza.

Un altro esempio che rimanda ad una circostanza abbastanza comune è quella dei fratellini che litigano, ovviamente ogni genitore desidera che i figli vadano d’accordo.

Allora, di fronte ad un figlio arrabbiato a causa del fratellino o della sorellina, si può intervenire in questo modo: “So che tuo fratello (o tua sorella) qualche volta ti fa arrabbiare, raccontami cosa è successo?”

Diversi studi dimostrano come i figli di genitori che hanno assunto uno stile educativo orientato all’accettazione delle emozioni, positive e negative, sono bambini che hanno una maggiore capacità di mettersi nella prospettiva dell’altro e di comprendere le emozioni altrui; sono bambini che riescono a gestire meglio le loro emozioni.

Per tale scopo, possono essere molto utili dei libri illustrati, di seguito ti propongo qualche titolo:

 

Prima di concludere, data la rilevanza dello stile genitoriale per lo sviluppo emotivo dei figli, è opportuno ricordare che esistono figure esperte nel campo che possono aiutare genitori in difficoltà a trovare le strategie migliori da mettere in atto.

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Tina Santarpia

Dottore di Ricerca (PhD) in “Patologia e Fisiopatologia molecolare” e Logopedista specializzata in patologie dell’età evolutiva. Dal Gennaio 2013 esercita la professione di logopedista nel Centro Riabilitativo Medico Pompei come consulente ed esercita la libera professione nel suo studio privato. Alla sua professione dedica il suo tempo ed il suo interesse, pertanto, segue regolarmente corsi di aggiornamento, ha conseguito il titolo di tecnico ABA-VB presto l’ Istituto Walden di Roma.

Certa dell’importanza di unire le reciproche competenze nell’interesse del paziente, la dottoressa si interfaccia con numerosi specialisti ed è sempre in contatto con le strutture educative di appartenenza dei piccoli pazienti offrendosi di supporto agli operatori scolastici al fine di uniformare la loro condotta operativa e la sua pratica riabilitativa, effettuando colloqui periodici e valutazioni sul posto, ove necessario. “Ho bisogno di gente seria, intelligente e di cui mi possa fidare. Vado a giocare con i bambini!”

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